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Aldo Zaccardelli nasce a Napoli nell'inverno del 1953 da famiglia di artisti: padre pittore, fratello pittore, sorella scultrice, madre soprano lirico. Frequenta ancora bambino lo studio del padre e, successivamente, del fratello. A quindici anni è già in grado di lavorare e vendere le sue opere d'adolescente a mercanti e galleristi che apprezzano molto il grande talento. Contemporaneamente agli studi artistici, nascono in lui le serie motivazioni pittoriche che segneranno la sua strada. Lo studio della materia e del colore, l'importanza di tradurre in scala cromatica le sensazioni visive, lo studio delle tecniche antiche quali l'encausto e l'affresco portano il pittore ad approfondire la tecnica del colore. Ancora giovanissimo parte per Roma e, durante questo soggiorno, conosce il massimo pittore italiano contemporaneo, Giorgio de Chirico, che, in visita all'atelier del giovane artista, ha parole d'incoraggiamento e di stima vedendo in lui la continuazione dei "grandi" (testuali parole). Proprio in segno del suo apprezzamento gli regala un mezzo dollaro d'argento che, tuttora, il pittore custodisce gelosamente come portafortuna. L'atelier romano è visitato da molti personaggi famosi del mondo dell'arte e dello spettacolo. Novello Parigini spesso visita lo studio e si intrattiene a chiacchierare e molti artisti di rilievo ne sono brevemente ospito come Schifano ed altri. Il carattere libero e avventuroso, unito a sempre rinnovati interessi per la ricerca del colore e della luce, lo portano a dipingere, nella primavera del 1978, in Normandia, dove rimane abbagliato dalla bellezza della campagna e dalle luci radenti del luogo; in quel periodo dipinge molte opere, tutte rigorosamente dal vero, che gli vengono acquistate dai notabili del posto. Alla ricerca di nuove esperienze, parte successivamente per la vicina Inghilterra dove a Londra, percorrendo gli itinerari già tracciati dai grani della storia dell'arte figurativa, dipinge le nebbiose vedute del Tamigi, spesso all'imbrunire, strappando così al giorno ormai finito gli ultimi brandelli di "vero luminoso". E' sicuramente egli il pittore della luce. Il suo soggiorno inglese si protrae così per un anno, eseguendo paesaggi ad olio e ritratti di grande pregio. Tornato a Napoli gli viene affidata la docenza di tecnica e chimica della pittura presso l'Accademia "Giacinto Gigante". Conosce in quegli anni Lucio Amelio, importante critico e gallerista napoletano legato alla trans-avanguardia, l'uomo che era riuscito a strappare alla factory americana Andy Warhol e l'aveva portato a Napoli per un expo storico. Gli anni successivi vedono l'artista a parigi in estenuanti excursus tra il museo Dorsai e le Grana Palais, sempre ripercorrendo i sentieri che avevano visto i grandi impressionisti dipingere in plainaire. Stabilitosi ormai a Parigi non riuscirà mai più a staccarsene. La città à ancora magicamente pregna delle presenze dei grandi artisti che egli ama. Frequenta l'ambiente parigino e cose straordinarie gli accadono quando risiedeva a Saint Germaine de Pres, dove da amici comuni, fu accompagnata nel suo atelier Juliette Greco in visita a questo nuovo artista italiano. Juliette, ancora bellissima, portava sotto il braccio un'antica bambola automatica, la quale, a detta del restauratore che da poco gliela aveva consegnata, era irriparabile. Inspiegabilmente fu sufficiente una sua superficiale ispezione che la conversazione fu interrotta dai meccanici rumori provenienti dalla scatola poggiata sul tavolo: la bambola iniziò ad animarsi. Grande fu la sorpresa di Juliette che in spagnolo gli disse " tu tienes el duende". In quegli anni l'artista frequenta Yves Montand, conosciuto tempo prima a Saint Paul De Vance e, spesso in sua compagnia, dipinge dal vero attorniato da uno stuolo di silenziosi e ammirati osservatori. Presto Yves decide di farsi immortalare sulla tela dall'abile e sicuro tocco dell'artista. La simpatia di quest'incontro porta i due a numerose partite a petanque (grande passione di Yves) in quella calda estate parigina nonchè ad una reciproca crescita umana ed artistica. Il pittore ricorda ancora l'amicizia di artisti parigini con motivazioni esistenziali molto diverse dalle sue, gli stessi crearono con entusiasmo giovanile e pochi soldi la magia della "boheme", dei quali il più rappresentativo è Picasso e il suo primo studio un fatiscente edificio posto a Montmartre in Rue Ravignan 13. A dirla tutta in quanto a disordine e sofferenze, ragnatele, tele nella vasca da bagno, tubetti di colore mezzi vuoti sul pavimento misti a mozziconi di toscano, anche il suo studio si difende bene. Il tutto a periodi alterni, secondo la presenza o meno di qualche volontaria che, stanca del caratteraccio dell'artista, finisce quasi sempre per abbandonarlo, riprecipitandolo nel caos più completo ma "molto creativo" dice lui. L'esperienza artistica non si ferma negli atelier parigini ma, senza preavviso, dopo anni di vita nella capitale artistica del mondo, lascia amici e parenti dispiaciuti per l'improvvisa partenza e sbarca a Tahiti, dove accetta l'ospitalità offertagli insistentemente tempo prima da un pittore locale conosciuto a Parigi. Visita i luoghi che avevano visto protagonista Paul Gauguin: le stesse spiagge, le stesse palme, la stessa calda brezza avvolge l'artista mentre dipinge il tramonto di quei meravigliosi luoghi. Ha trovato il paradiso. In quel contesto naturale non privo di difficoltà per la situazione socio-economica del'isola è minuzioso e diligente disegnatore di tutto ciò che gli capita sotto gli occhi; la sua attenzione è attratta dalla natura ed egli si ritrova spesso a disegnare colorati pappagalli ed animali del luogo: li riprende dal vero a riprova della sua capacità e buona mano; è un periodo meraviglioso. Juan il amico pittore è un ottimo compagno d'arte, di rhum e di sigari; acuto ed intelligente sa prevedere le sue esigenze, attivandosi quasi sempre prima di lui nella soluzione dei piccoli problemi di studio. Molti dipinti del periodo tahitiano sono acquistati da turisti americani in visita all'isola che li comprano dalla "sanguisuga" come l'artista chiama un mercante portoghese con un negozietto al porto. I suoi quadri sono visti un giorno da una turista un pò speciale: Judi Anne Miller, segretaria del Presidente americano George Bush Senior. la signora rimane colpita dai colori e dalla vita che i quadri esprimono e vuole conoscere l'artista. Il soggiorno tahitiano si conclude dopo un anno. E' la volta di Washington che vede protagonista il pittore di numerosi expo in gallerie e circoli privati, ambienti esclusivi che l'artista, amante della semplice vita che conduceva a Parigi, sopporta mal volentieri. Numerose esposizioni vedono l'artista nell'Illinois a Boston e a Chicago dove conosce il grafico Teodhor Plotke che lo inserisce in importanti gruppi artistici. Successivamente il ritorno in Italia, a Sanremo per la precisione: è il 1985. Sanremo porta nelle sue strade il profumo dei fiori; il clima mite, i colori caldi, il mare donano il giusto impulso creativo verso l'inevitabile maturazione artistica. Dipinge instancabilmente i paesaggi locali e ritrova ancora una volta percorsi a lui cari. A Bordighera cento anni prima Claude Monet aveva dipinto le straordinarie luci della riviera. la problematica della cromatico-luministica dove le forme perdono contorno e consistenza e i colori diventano con la luce i veri protagonisti del quadro. sono per l'artista il nuovo leit-motiv. la città dei fiori regala al pittore lunghi periodi sereni. La vicina Francia, con l'aeroporto di Nizza, facilita le frequenti brevi fughe dell'artista che non ha mai dimenticato Parigi, i suoi amici, il suo studio francese che egli ancora conserva e nel quale intrattiene rapporti di lavoro. Sanremo, stazione climatica, porta nell'atelier del pittore, ormai noto a tutti in riviera, numerosi amatori d'arte: antiquari e mercanti che acquistano le sue opere. "era bello aprire le porte dell'atelier" dice "e trovarsi di fronte quattro ben vestite guardie dl corpo che annunciavano la visita di Cassogi". "Come quella volta che un emiro arabo nelle sue compere a Sanremo, dopo aver svuotato gioiellerie e negozi di abbigliamento è venuto nel mio studio commissionandomi paesaggi arabi che dopo circa due mesi sono stati ritirati da persone appositamente inviate". "O quella volta che aprendo la porta dell'atelier mi sono sentito mancare alla vista di due occhi verdi bellissimi, un volto angelico ed una voce dolcissima che mi chiedeva se poteva entrare: Sylva Koscina, era veramente lei! Non esitò un momento ad acquistare un mio quadro". Così, in poco tempo, l'artista entra a far parte di famosi gruppi artistici, affermandosi in campo internazionale. la sua arte è un fantasmagorico avvicendamento di immagini, figure e colori. E' abile ed estroso, crea giochi di luce inappuntabili, pieni di un fascino ineguagliabile. Uno stile pittorico raffinato ed elegante alla continua ricerca di nuove problematiche ed emozioni graffianti. Successivamente ritorna in Normandia. Durante le sue escursioni alla ricerca di luoghi da immortalare nelle sue tele il pittore si ferma spesso ad ammirare il faro "che è lì", sono le sue parole, "a vegliare e sfidare le intemperie del mare". Ricorda quel giorno che aveva deciso di ritrarlo: era l'unico ospite su quella scogliera ma lo rimase solo per poco, difatti, ad un certo punto sentì una voce che gli esprimeva la sua ammirazione per l'opera che stava eseguendo. Era una persona del luogo che iniziò a raccontargli di come quel faro fosse stato protagonista di varie leggende, di come tante volte aveva tratto in salvo diverse barche in balia delle mareggiate segnalando la sua presenza. Poi il ritorno in Italia a Sanremo come abitazione ed a Bordighera nello studio aperto in piazza Bengasi a due passi dal mare. |
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